Aum ni dieu, ni mâitre svaha

Aum è la sillaba primordiale, incipit di ogni mantra che si rispetti,
svaha indica deferenza al cospetto della divinità,
ni dieu ni mâitre andatevelo a cercare sui muri della Sorbona in una poi non così lontana primavera.

Durante la presentazione di Catastrophe 02 alla libreria Giufà a San Lorenzo, il professor Canevacci aveva espresso una certa perplessità sulla nostra tendenza a rivangare l’humus in cui affondano le radici della nostra cultura “religiosa” auspicando invece di liberarcene al più presto.
Purtroppo pare che “la Religione” non abbia alcun desiderio di liberarsi di noi, tanto meno in questo momento storico di riflusso.
Sia chiaro che il problema religioso è da sempre stato utilizzato come muleta nazionalpopolare in caso di bisogno. Vero anche che la sua capacità di permeare le masse da una parte è legata alla oppiacea riduzione della complessità del cosmo (buoni/cattivi, eletti/non eletti, bianco/nero…), risolvendo la tensione più che naturale all’identità e all’appartenenza senza troppo impegno energetico, dall’altra gioca proprio su il desiderio di conoscenza dell’essere umano, che è altrettanto naturale e certamente non riduzionista.
C’è qualcosa all’interno, nel profondo della religiosità o, meglio, del sentimento del sacro che si sbraccia per farsi notare, ed io proprio di quel quid sono interessato, proprio di quel quid prigioniero di un divide et impera ipocrita dovremmo preoccuparci.
Non credo che ci sia da parte nostra nessuna ossessione paranoica nei confronti dell’oscuro oggetto del desiderio (la divinità) né una eccessiva propensione al sadomasochismo liturgico, la necessità di coscienza del mondo è l’impulso che ci anima e che da vita alla nostra ricerca.
La Religione negli ultimi duemila anni ha toccato sublimi vertici di giustificazione del Potere: il monoteismo è la più efficace forma di tirannia che fin’ora l’uomo abbia concepito.
Il Cristianesimo, nato come sentimento unitario e universalistico nel mondo intellettuale alessandrino, finisce per sposarsi con un Impero che necessita di nuovo collante sociale. L’Islam è la malta che legherà la moltitudine delle tribù arabe, almeno in grandi gruppi, confermando la capacità organizzativa e massificante del monoteismo.
Si badi, non che il politeismo sia salvo dal meccanismo del potere dei pochi sui molti, ma lascia che i messaggi di aiuto di quel quid che a noi interessa giungano con maggior chiarezza.
La visione del mondo, quindi come agir-lo, interpretar-lo, ha perso in Occidente il suo aspetto olistico, pare che nell’ottica economicistica renda poco. Rende sicuramente di più la divisione in compartimenti specialistici della conoscenza, che fa assomigliare la posizione del ricercatore a quella dell’affiliato mafioso, che conosce solo la sua linea diretta d’interesse.
La catena di montaggio è stata estesa al Sapere per aumentare la produzione di tecnologia, mentre il senso di tutto ciò scompare sotto l’inutile scintillio d’immense quantità di paccottiglia Hi-Tec.
Cui prodest?
Il concetto di religione è da sempre intrecciato a quello di potere, ma da un potere diffuso, necessità dell’essere umano di gestire i suoi rapporti con la realtà, si è scivolati nel potere concentrato nelle mani dei pochi che cercano di detenere il primato sulla realtà a discapito dei molti.
Il Potere come summa di privilegi.
Creare un sistema di visione del mondo ad hoc per legittimare il proprio status di dominanza è il ruolo fondamentale della religione negli ultimi duemila anni. Uno status di dominanza ecumenico, globale, universale, dato che la sua culla è il potere Imperiale.
Ma i processi psichici a cui fa riferimento il sacro sono più antichi e complessi della giustificazione politica, del dictat dogmatico, del contentino post mortem a chi si prostra ai suoi altari sanguinolenti.
Il regno del sacro, del trascendente, dell’ineffabile è il territorio psichico del gioco associativo spinto per analogia ai confini della comprensione umana, là dove l’immenso si sposa con l’infinitesimale, dove si vagliano i rapporti ultimi tra uomo e cosmo, nel tentativo d’individuare, o per lo meno di percepire, i meccanismi universali.
Ogni corpus religioso possiede una sua cosmogonia, una sua idea su come sia nata la macchina cosmica, una visione del mondo, dunque. Essa rappresenta la base culturale della società in cui si struttura.
Ovviamente anche una visione del mondo tribale non è poi aliena dalla dinamica dell’esistente, modificare, espandere la propria visione culturale del mondo è possibile e spesso necessaria alla sopravvivenza del gruppo.
Fatto sta che nelle religioni politeistiche viene dato, di solito, al singolo individuo una certa libertà d’azione rispetto ai rapporti con la sfera del divino, ovvero con la propria visione del mondo e la ricerca di nuove soluzioni è largamente accettata.
Comunque nel periodo rinascimentale islamico c’è stato filosoficamente un bel fiorire d’idee, poi la corazza iperprotettiva del sistema ha finito per soffocare il libero spirito che v’era presente. In Europa secoli di roghi non hanno fatto di meglio, ma a macchia di leopardo visioni del mondo diverse da quella cristiana/imperiale si sono incistate nella cultura occidentale.
D’altronde il dogma del monoteismo non è certo pensato per aprire i cuori e le menti, se non a parole. Col tempo, però, la rigida struttura monoteistica creata per imbrigliare il pensiero in una rigida teocrazia finisce per depauperare il Potere di slancio vitale, e qui si è avuta la quadratura del cerchio: sganciare la materia dallo spirito, il sacro dal profano, le parole dalle azioni, il regno della libera associazione da quello della causa/effetto, il soggetto che “fa” dall’oggetto che da lui è fatto… la filosofia come mera scienza non può che fallire a questo punto perché è scissa dalla sua ragione d’esistere.
Le scienze basate sulla materia invece crescono esponenzialmente, diventando il contr’altare di una religione ormai priva di capacità di presa sul reale se non attraverso banche, media e mercato immobiliare.
Divide et impera: quel quid che era la tensione unitaria del conoscere, percepire, ricercare le dinamiche umane, celesti come un tutt’uno cosmico come uno specchio frantumato non rimanda ora che parti scollegate di quella che dovrebbe essere l’immagine dell’intera realtà.
Il senso sfugge, s’arresta ai bordi taglienti delle schegge specchiate come una lumaca sul filo del coltello. E se il senso della realtà viene negato ci vengono invece saturati i sensi con ogni mezzo disponibile, nel tentativo di allontanare il desiderio di un oltre, di un qualcosa di necessario che non si possa acquistare, perché non è stato mai in vendita, perché non lo sarà mai.
In un sistema basato sul ciclo produzione/consumo perseguire qualcosa che non rientri nel suo meccanismo di generazione di surplus monetario non è visto certo di buon occhio.
E il surplus monetario è la base sulla quale prosperano i privilegi dei gruppi di potere.
Si può imporre una visione del mondo, ma non si può pretendere che una visione del mondo imposta e frammentaria soddisfi a forza il nostro genetico desiderio di partecipazione alla totalità.

La brillante soluzione di dividere la ricerca della coscienza globale della realtà in due modalità assai diverse ha portato una grandissima ricchezza tecnologica, ma in s-compenso ben poche idee su come impiegarla. La modalità scientifica, forte dei suoi dogmi provabili, ad un certo punto è sembrata essere la soluzione finale alle necessità dell’uomo, quelle fisiche, ovvio… e quelle psichiche? Avrebbe dovuto anche pensarci la modalità sacra, ma, zeppa di dogmi improbabili, come avrebbe potuto reggere il confronto, come avrebbe potuto esserci utile?
Non ci siamo. La filosofia, resa servile nei confronti del processo di creazione del surplus e del mantenimento dei privilegi, si è avviluppata su sé stessa, l’interpretazione del mondo è diventata una mera questione di business.
Insomma: possibile che con tutto il know how scientifico che abbiamo accumulato e con tre secoli di volumi spesi a perorare la buona causa della tecnologia e ad annunciare la nuova liberazione messianica dell’uomo tramite la scienza ci si ritrovi a giocare al vecchio e noioso gioco dei “Masters and servants”?

Si, però abbiamo il cellulare con il GPS, la camera digitale e la suoneria polifonica che sembra uno stereo…
Anvedi… fico però!

È chiaro che la situazione per certi versi non è così disperata… di pari passo con la crescita stitica del potere basato sulle leggi economiche si è dipanato un fil rouge di pensiero critico e di alternativa alla concentrazione del Potere, sia scientifico che “religioso”. Gli individui che aderiscono a questo sovvertimento di prospettiva di solito hanno grossi problemi con il suddetto Potere e la sua propensione a mantenersi saldi tutta una serie di privilegi. Galilei, Bruno sono celebrità da questo punto di vista. Einstein pure, quando interveniva sul senso della scienza aveva i suoi problemi… Reich è un altro ottimo esponente della categoria, ma la Storia ne è piena ancora oggi, grazie al cielo (ops!) .

La crescita del positivismo ottocentesco, portò nei paesi che primi seguirono la strada dell’Industrialismo la necessità di una riflessione sulla nuova posizione dell’uomo nel mondo, alcuni all’interno della corrente scientifica puntando a riavvicinarsi alla perduta metà, quella della “sacralità”, altri abbandonando del tutto le leggi naturali scegliendo la categoria del soprannaturale. Dalla Teosofia di Madame Blavatsky allo channeling della New Age il passo è molto più breve di quanto si possa immaginare. Noi difatti siamo ancora ingabbiati nella morsa ferrea del positivismo vintage anglosassone: l’idea che la democrazia occidentale debba essere la migliore, causa forza superiore, di qualsiasi altra forma struttura sociopolitica è assolutamente ottocentesca… per non dire grottesca.
Questo provoca per i molti che non si raccapezzano dell’alienazione causata dalla nostra struttura socioeconomica a tutt’oggi imponenti fenomeni di craving mistico/religioso.
Purtroppo la complessità dell’Esistente, proprietà nota agli uomini fin dai tempi più antichi, pretende che più ci si innalzi tra le sfere celesti più si debba conficcare solide radici a terra, costringendo chi si voglia affrancare dalle solite rotaie del binario morto produci/consuma/crepa una certa ginnastica mentale.
Il nostro discorso intorno alla “religione” non è dissimile da quello che sviluppiamo intorno alla “scienza”, il mantra da utilizzare nella ricerca in entrambi i casi è il seguente: aum ni dieu, ni mâitre svaha. Solitamente è un buon viatico per non perdersi in vicoli oscuri stregati da fuochi fatui.
Qui non si tratta onanisticamente di darsi all’anticlericalismo o scagliarsi contro il facile bersaglio dell’accademia, l’orizzonte, almeno quello ora visibile, è di destrutturare il senso del sacro cristallizzato nelle forme religiose alla ricerca del famoso quid che provoca nell’uomo la ricerca stessa. Provare con questo quid a tessere una rete di relazioni tra la materialità dell’uomo e la sua vocazione ai grandi sistemi, tra la sua fisicità e l’universo analogico/associativo creato da suo organo cerebrale, nonché indagare l’interzona tra la realtà e ciò che l’uomo interpreta come tale a causa del suo sistema di ricezione ed elaborazione dati.
Poi chissà, tra qualche secolo potremo anche approdare nella terra incognita della realtà “reale”.

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