Utnapishtim v/s Noè

«Gilgamesh, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi.
Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte,
ma la vita, quella, la tennero per sé.»

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Ci sono giorni di pioggia che sembrano interminabili. Come quelli in cui viviamo, da diluvio incipiente. La somma catastrofe, piantata dritta nell’amigdala del nostro codice genetico-culturale di homo sapiens sapiens, è un passaggio obbligato per ogni mitologia che si rispetti. Un mondo che viene sommerso e uno nuovo che si leva dalle acque. Acque che spesso non solo piovono ma che sgorgano dal profondo, acque di sotto che risalgono fino a lambire le acque di sopra, come quelle che Davide rischia di far straripare alzando la pietra trovata durante lo scavo delle fondamenta del Tempio di Gerusalemme (1). Acque che troppo spesso hanno parentele troppo strette con oceani celesti, distese liquide ancestrali da cui separare un mondo appena creato per non dar loro un significato ben maggiore di brutti ricordi patastorici. Questo però ci porterebbe troppo lontano, qui valga il fatto che il diluvio, vaudeville transculturale che cela ben altri spettacoli di portata cosmica, abbia una presenza di primo piano nell’immaginario giudaico-cristiano e di conseguenza arabo attraverso un libro noto come Tanakh, o Antico Testamento, il che non è propriamente uguale.
La versione dell’Antico Testamento cristiano ebbe origine da una traduzione in greco degli antichi libri ebraici nota come Bibbia dei Settanta poiché, secondo la tradizione, fu portata a termine da 72 studiosi ebrei per il re Tolomeo II Filadelfo. La versione dei Settanta venne realizzata in ambiente alessandrino tra il II e il I secolo a.C.. Alla fine del I secolo d.C. esistevano quindi due versioni delle Sacre Scritture ebraiche: quella palestinese, che era quella ufficiale, più ridotta, e quella alessandrina, cioè la versione dei Settanta che conteneva inoltre alcuni libri ispirati non riconosciuti dagli ebrei di Palestina. Quando si diffuse il cristianesimo, soprattutto tra le comunità ebraiche ellenistiche, venne adottato l’elenco dei libri sacri presente in ambiente alessandrino, giungendo fino alla Roma Imperiale, diventando dopo l’imperatore Costantino un rigido canone ecclesiastico.
Soffermiamoci un po’ di più sul canone palestinese: fin dal periodo della monarchia si consideravano sacri solo i libri della Torah o Pentateuco. Fu dopo l’esilio di Babilonia che vennero inseriti nel canone anche i libri dei Profeti (Neviim), come quello di Ezechiele, ben noto agli estimatori di Pulp fiction. In seguito, durante la dominazione ellenistica dei Tolomei e dei Seleucidi, si accettarono alcuni scritti ispirati (Ketuvim), come quelli, ad esempio, di Giobbe e Daniele. A cavallo dell’Era cristiana vi fu una discussione fra le comunità ebraiche sul numero dei libri profetici e degli scritti da considerarsi sacri: i farisei parteggiavano per i libri scritti in ebraico e quelli conformi alla Legge, mentre i sadducei accettavano solo il Pentateuco. Nella diaspora alessandrina ed a Qumran invece si aveva un atteggiamento più flessibile. Il testo più antico e quasi per intero rinvenuto della Tanakh è quello contenuto nei Rotoli di Qumran, una serie di manoscritti copiati da monaci esseni fra il II sec. a.C. e il I sec. d.C.
Ma un particolare interessante è che il testo consonantico del Libro è stato iniziato ad essere redatto intorno il V secolo a.C. e finito più o meno nel I secolo d.C.. Ovvero: si è iniziato a fissare il senso delle parole contenute nel Biblos a partire dal V secolo avanti Cristo e si è finito questo enorme rimaneggiamento nel primo secolo dell’era cristiana.
La Bibbia è uno splendido meccanismo autoreferenziale, ci sono voluti secoli e secoli per renderlo perfetto, un’opera colossale, meravigliosa. E i suoi redattori come abilissimi tessitori hanno intrecciato una trama di connessioni, rimandi e piani di lettura immensa.
Il problema, ad averci a che fare con la Hollybubble è che dicesi verbo stesso di YHVH, per cui c’è sempre chi, spalle al muro, si rifugia nella roccaforte della fede o fugge per campi pseudoscientifici pur di dar validità storica e/o profetica alle sacre scritture. Rinvenire tracce profetiche in testi così ricchi e complessi è l’esemplificazione del vecchio assunto del senno del poi son piene le fosse.
Il materiale soprattutto mitico-cosmogonico del Pentateuco (Torah in ebraico) non scende dal cielo come manna: è un materiale presente nell’area culturale mediorientale da ben prima che a qualcuno venisse in mente di raccoglierlo ed utilizzarlo per la creazione di quel work in progress socio/storico/religioso che è la Bibbia. È chiaro che il materiale spesso coincidente a livello basico sia stato assemblato in forme diverse in modo da plasmare la peculiarità della cultura ebraica. D’altronde la ricerca della diversificazione di un sistema culturale da parte della tribù israelitiche è sempre stata il loro chiodo fisso. Da sempre schiacciato tra le due culture più antiche e pesanti dal punto di vista culturale cioè quella egizia e quella assiro-babilonese (e quindi dalla precedente civiltà sumera) il popolo ebraico attraverso i suoi testi sacri ha tracciato il suo tentativo di identificarsi in un’unica cultura differenziandosi dai suoi ingombranti e spesso su di lui vittoriosi vicini. Dal punto di vista accademico, in mancanza di notizie certe sui contatti culturali tra le varie popolazioni mediorientali del tempo, si tende a dare poco peso alle fonti comuni mitologiche. Eppure con molti dati in meno spesso gli “esperti del settore” si sono dati alla pazza gioia dal punto di vista interpretativo, si vede che la parola di Dio rende tutti un po’ nervosetti.
La posizione geografica già pone le nomadi tribù d’Israele tra i due fuochi, c’è da tenere presente il lungo soggiorno forzato nell’Egitto faraonico terminato nella seconda metà del XIII secolo a.C. e la cattività babilonese (587 a.C. – 538 a.C.) durante la quale, guarda caso, si è ritoccato il Deuteronomio, che poi risale al regno di Giosia, allorché il sacerdote Ilchia, nel 621 a.C., giurò di aver ritrovato, durante i restauri del tempio di Gerusalemme, il testo originale della Torah, probabilmente per giustificare una riforma politico-religiosa tutta tesa ad un rigido monoteismo, ad una forte centralizzazione del culto nella capitale e alla canonizzazione dei testi biblici.
Altro ponte culturale con la civiltà mesopotamica sicuramente è stato la conquista da parte degli ebrei del regno di Canaan, conquista ammessa dalla Bibbia stessa come disfatta culturale visto che le due popolazioni si mischiarono geneticamente e gli ebrei appresero usi e costumi cananiti adottandone pure la lingua. E i cananiti facevano parte del entourage culturale mesopotamico.
Anche il periodo ben si sposa con la storia delle sacre scritture, infatti siamo a ridosso del primo millennio a.C. e i primi libri scritti, ovvero la Torah, si crede siano prodotti tra il IX (redazione Jahvista) secolo e l’VIII (redazione Elohista) (2).

Per quanto possa sembrare strano il libro iniziale della Torah, la Genesi, è di redazione Elohista ed è successivo all’Esodo che invece è Jahvista, ma se torniamo indietro nella vicina mesopotamia di almeno 1.500 anni dall’ottavo secolo a.C. ci avviciniamo probabilmente alla stesura per iscritto dell’epopea di Gilgamesh. Di questa grande opera ciò che a noi qui interessa è quello che fece dichiarare nel dicembre del 1872 a George Smith, in una delle prime sedute della Society of Biblical Archeology, «Poco tempo fa ho scoperto fra le tavolette assire del British Museum un resoconto del Diluvio».
In breve i fatti che introducono la storia sono questi: siamo nella seconda parte dell’epopea di Gilgamesh, l’eroe, perduto il suo amico e compagno di avventure Enkidu, lascia Eridu, la città di cui è sovrano, in stato di confusione mentale per la scoperta che la morte è molto più familiare all’uomo di quanto lui credesse. Decide così di raggiungere l’unico umano al quale gli dèi abbiamo concesso vita eterna, il saggio Utnapishtim, colui che gli dèi avevano preso con sé dopo il Diluvio, nella speranza di ottenere un buon viatico per l’Eternità. Dopo svariate peripezie giunge a Dilmun, “là dove sorge il sole”, di fronte a tanta tenacia Utnapishtim, il Lontano, racconta a Gilgamesh come gli dèi accordarono a lui e alla moglie l’immortalità, ovvero ci narra del Diluvio.
L’Umanità, moltiplicandosi, aveva gremito la Terra antidiluviana e una confusione e un clamore continui provocati dalle umane faccende disturbavano Enlil il Guerriero, il capo piuttosto scriteriato del Pantheon mesopotamico, fino a irritarlo a tal punto da fargli dimenticare il perché dell’esistenza stessa del genere umano: quella di procurare cibo agli dèi con le offerte. Decise quindi di eliminare ogni forma di vita dalla Terra. Convinse gli altri dèi in un consiglio, riuscendo incredibilmente a strappare un giuramento di non intervento a favore dell’umanità al suo creatore, al saggio Enki. Enki però, il signore dell’Apsu (il liquido abisso siderale), non può permettere una tale nefandezza da parte del miope fratello per cui avverte il suo fidato servo terrestre Utnapishtim della imminente devastazione, parlando di riflesso alla sua casa dalle mura di canne.
La barca che dovrà preparare ha delle misure speciali, 120 cubiti di lato sia di altezza, lasciamo stare il numero dei ponti e dei tramezzi, la barca è un cubo di un acro di lato. Un acro, 1-iku per i sumeri, l’unità di misura del loro sistema sessagesimale. Una indicazione alquanto pertinente al salvataggio di una memoria culturale. Ma anche Elohim dà misure precise a Noè: 150 cubiti di lunghezza per 30 di altezza e 50 di larghezza. Di per sé questi numeri rimangono immanegiabili, qualcosa sono riuscito a tirar fuori attraverso la gematria, ma dato che la Tanakh è costruita sui valori numerici delle lettere è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Anche se non ho ancora usato il sistema di valori calcolando lo spelling delle lettere che formano la parola ovvero il milui, ne viene fuori un aleph/mem, traducibile con uno/acqua (3). Aleph è uno, l’uno per eccellenza, YHVH (l’aleph è formato da due iod e un vav che le collega, totale numerico 26, come la somma dei valori di Y-H-V-H, appunto il nome di Dio), abbiamo ottenuto un Dio/acqua che col diluvio qualcosa a che fare ce l’ha. Ma non solo, l’epiteto Dio/acqua calza a pennello ad un altro personaggio di cui stiamo parlando, calza benissimo ad Enki, perché è il Signore dell’Apsu, il Signore delle Acque Celesti. Non basta però: il valore numerico di aleph/mem è 1/40 e il valore gematrico sumero del dio Enki è proprio il 40.
Più o meno fino all’età ellenistica gli ebrei hanno utilizzato il sistema metrico sessagesimale assiro-babilonese, prima ancora avevano utilizzato quello ieratico egiziano. Lo stesso sistema gematrico arriva agli ebrei ( nel I secolo a.C.) attraverso quello greco (databile attorno al V secolo a.C.) e quello assiro-babilonese (rintracciabile già nel VIII secolo a.C.). Io credo che chi di dovere sapesse bene chi fosse il Signore dell’Apsu e che il suo valore numerico fosse il 40. D’altronde dall’altra e più antica parte, Enki dà comunque anche un valore divino al battello di Utnapishtim, perché 1-iku è il valore numerico di Enlil!
Tornando al valore numerico delle misure dell’arca di Noè seguendo un’altra forma di calcolo gematrico abbiamo un 50 al posto dell’1/40 aleph/mem, che corrisponde alla lettera nun, traducibile con pesce/nave. Allora siamo a cavallo: le misure dell’arca indicano che, di fatto, l’arca è una nave.
Se vogliamo andare più lontano sarà allora una profezia sulla venuta di un certo Jeoshua il Cristo, di cui uno dei suoi simboli preferiti era appunto il pesce (I.K.T.U.S. pesci in greco, che è l’anagramma di Iesus Kristos Teou Uios Soteros… Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).
Utnapishtim continua il suo racconto con i preparativi per la partenza, il varo e l’arrivo del Diluvio. Una fitta pioggia precede delle nuvole immense e nere dal cui centro romba Adad, il Signore della Tempesta, poi Nergal, Signore degli Inferi divelle le dighe delle acque sotterranee (4) e Ninurta, Signore della guerra sfonda gli argini. Sull’immagine dei sette Giudici Infernali, gli Anunnaki, che illuminano il mondo sconvolto colla luce livida delle loro torce il più è fatto. La distruzione è immensa, perfino gli dèi, terrorizzati dalla loro stessa potenza, si nascondo tremanti nelle pieghe del cosmo. Piangente Ishtar si rende conto del folle gesto che hanno commesso e lo urla tra le raffiche di vento, anche gli altri dèi compiangono la scomparsa Umanità, ma ormai non ce nulla da fare. Per sei giorni e sei notti infuria il Diluvio, poi al settimo torna il sereno. La barca cubica di Utnapishtim allora s’arena su di un monte, il monte Nisir. Segue un invio di uccelli, ma qui non è il ritorno con il ramoscello nel becco il segnale per sbarcare, ma il semplice fatto che il corvo, l’ultimo animale spedito, trova terra e ci si posa, per cui possono scendere anche famiglia, servi e animali a seguito.
Utnapishtim la prima cosa che fa è preparare l’altare per i sacrifici e brucia legni aromatici, preparando per gli dèi un banchetto colossale a cui arrivarono sciamando “come le mosche”.
Infine arriva Enlil, che in tutto questo trambusto aveva trovato un angolo riparato dell’universo dove starsene tranquillo, e appena si accorge che qualcuno è sfuggito alla catastrofe dà in escandescenze. A zittirlo ci pensa Ninurta, trattandolo come un emerito cretino e incensando la saggezza di Enki. Il fratello lo rimbrotta a dovere, dandogli lezioni di stile e contenuto («Saggissimo fra gli dèi, Enlil eroe, come hai potuto così stoltamente far scendere il Diluvio?» mi sembra tutt’oggi ancora una frase ben carica d’ironia…).
A questo punto Enlil, il Signore dell’ottusa Necessità (questo è un epiteto da me ora coniato) si rende conto dell’insano gesto e ci mette una pezza assicurando agli scampati Utnapishtim e consorte l’eternità. Considerare Enlil Signore dell’ottusa Necessità non è banale: Enki possiede tutta una serie di epiteti e attributi saturnini, anche quello di aver dimorato sulla Terra insieme agli uomini prima di ritirarsi in un luogo remoto, di fatto è il Saturno mesopotamico, il Kronos greco che presiedette all’age d’or del mondo. Colui il quale, da lontano, nella sua isola Ogigia dispersa in un oceano che di terrestre ha ben poco, sogna, e sognando assiste al funzionamento della macchina cosmica. Così come Vishnu, dormendo sul fiore di loto, controlla l’universo indo-ariano.
Per i pitagorici due divinità racchiudevano l’universo: Kronos e Ananke, il Tempo e la Necessità. Là dove la Necessità spinge per risolversi il Tempo ne gestisce l’irruenza e la quantizza, la controlla dandole la misura. E se Enki è il Tempo/saggio, Enlil, l’irruente fratello, può essere benissimo rapportabile alla Necessità/ottusa. Queste due potenze sono la causa del cosmo e dei suoi movimenti, dal più piccolo al più grande. Torna alla mente il dualismo Taoista, ma come non potrebbe? La realtà è che il genere umano è genere umano fin dentro il suo DNA, e tutti i nostri comportamenti e tutti i nostri paradigmi e sistemi mentali per quando ci possano sembrare bizzarri, nuovi, vecchi o banali ci sono da sempre appartenuti e sempre ci apparterranno.
Vale la pena poi notare come Utnapishtim, servitore di Enki, ne acquisti le connotazioni fondamentali: anche lui insignito del titolo saturnino de il Lontano vive la sua vita immortale in un luogo remoto, oltre l’oceano. Ma il dormire sognando il Mondo? C’è anche quello… dopo il racconto del Diluvio di fronte al fatto compiuto dell’arrivo di Gilgamesh a Dilmun, Utnapishtim decide di dare una chance al tormentato eroe e lo invita ad una curiosa prova: dovrà rimanere sveglio sei giorni e sei notti, se la supera può aspirare all’eternità.
Inutile dire che dopo cinque minuti Gilgamesh sprofonda in un sonno a prova di sveglia ed il vecchio Utnapishtim sconsolato si rivolge così alla moglie: «Guardalo, il forte uomo che voleva la vita eterna: ora le nebbie del sonno fluttuano su di lui ». Ma come si fa? A Dilmun il tempo non esiste, bisogna avere una potenza propria di una divinità per contemplare il cosmo al di fuori del fluire temporale senza perdersi nel nulla di un sonno eterno… e, per quanto un grande eroe, Gilgamesh è soltanto un essere umano…

Note

(1) Menzionare questa leggenda ebraica ha il suo perché: si narra che «da quando l’Arca scomparve ci fu al suo posto una pietra […] che si chiamava pietra della fondazione […] perché da essa venne fondato [o iniziato] il mondo». Di questa pietra si dice che posi sulle acque che stanno sotto il Santo dei Santi. La pietra di fondazione nella storia riguardante Davide diventa un coccio e nella tradizione si chiama Eben Shetiyyah nome che deriva da un verbo con molti significati: essere a posto, soddisfatto; bere; fissare l’ordito, porre le fondamenta. Tra questi, quello di fissare l’ordito è il più rivelatore, e ci ricorda la continua importanza mitologica delle “intelaiature”. All’interno di questa intelaiatura vi è un sollevarsi e un abbassarsi delle acque di sotto che suggerisce catastrofi mai registrate dalla storia, ma indicate solo dalla terminologia a fori tinte dei cosmologi. (vedi Il mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, edizioni Adelphi – Milano 1983)
(2) Questa terminologia dipende dal nome attribuito a Dio nei diversi libri. Nei più antichi abbiamo il nome YHVH, poi abbiamo Elohim, infine Adonai.
(3) Il calcolo è stato così eseguito per intero: 150 = 1+5+0 = 60 (lo zero finale si aggiunge alle unità sommate). Il 30 e il 50 non hanno bisogno di essere sommati se non al 60 dando la cifra 140, il 140 può essere scisso in 1/40 o sommato ancora come 1+4+0 = 50.
(4) Ecco qui di nuovo spuntare acque sotterranee che inondano la Terra, ma bisognerebbe mettersi d’accordo di quale Terra i nostri mitografi stiano parlando… va ricordato che la fascia di trenta gradi sopra e sotto l’eclittica era conosciuta anticamente come la Terra abitata, dalle divine potenze celesti, ovviamente. Tutto ciò ha a che fare con il movimento retrogrado apparente della volta celeste causato dal un movimento terrestre noto come precessione equinoziale. Parti di territorio celesti nel corso dei millenni sembrano inabissarsi al di sotto della linea dell’orizzonte, inghiottite quasi dall’oceano siderale dell’emisfero meridionale.

5 Responses for “Utnapishtim v/s Noè”

smn3

Quando verso la fine parlo di “dualismo taoista” intendo il gioco di relazioni tra le due entità Yin (essenza) e Yang (sostanza) che derivano per “polarizzazione” dalla “Grande Unità” (Unità trascendente) Tai-ki. Per il Taoismo non esistono due principi unitari, per così dire, ma uno solo, che da luogo alla manifestazione attraverso i due principi polari: se l’uno non diventasse due ci sarebbe ancora e solo l’uno, trascendente, senza alcun cosmo manifestato. Non esisterebbe Tien (il cielo) né Ti (la Terra) né Jen (l’umanità) coi suoi 10.000 esseri.

Cono

Il fatto che si sia verificata un’inondazione planetaria, a seguito dello scioglimento dei ghiacci polari circa 10.000 anni prima dell’era cristiana, è scientificamente provato: l’innalzamento del livello del mare fu di circa 300 mt e il successivo “ritiro” solo di 200 mt. Con tale innalzamento del livello del mare, sommerse circa l’80 % delle terre emerse. Il “ciclo” durò all’incirca 3.000 anni. I “sopravvissuti” rimasero “isolati” per millenni… inaugurando una “fase” INVOLUTIVA rispetto la precedente EVOLUTIVA detta anche età dell’oro, nelle mitologie di mezzo mondo. Il diluvio universale, non è un mito limitato alle civiltà mesopotamiche/mediorientali, ma descritta in decine di altre mitologie attinenti anche al continente Australe. Il voler a tutti i costi, affermare “il primato”, con interpretazioni prive di valore scientifico, poteva avere senso sino a qualche secolo fa. Il “fatto” che una storia sia SCRITTA, non necessariamente significa che “quella storia”, sia VERA!!!!!
SUMER, significa letteralmente: terra dei canali… e si riferisce alla Mesopotamia, almeno sino a quando uno dei tanti “tombaroli” che hanno contribuito a saccheggiare e distruggere quel poco che restava, non gli appiccicassero la valenza di “nome proprio” di una civiltà precedente a quella Assiro/Babilonese. Di fatto la “storia primigenia” è UNA SOLTANTO a cui “tutti gli altri”, successivamente, l’hanno indossata e adattata ai “propri scopi” di natura politica e se volete, religiosa che poi è la stessa cosa, dato che, così come alcuno si sognerebbe di credere all’Empireo dei Greci, altrettanto non si capisce perché si dovrebbe credere alle “storielle successive” che sino sovrapposte.
Complimenti per l’articolo e la schietta interpretazione, oltremodo dotta.
Grazie per l’ospitalità.

smn3

Si, certo, non bisogna mai sottovalutare la catastrofe (le catastrofi) come punto di riferimento mitologico. Lo spostamento e forse la mentalità violenta di rapina stessa delle popolazioni indoariane potrebbe essere stata causata da uno shock legato ad una di queste catastrofi (proprio nel periodo da te menzionato). D’altra parte la costruzione di un sistema cosmogonico legato all’osservazione della volta celeste si basa su di un periodo lunghissimo ( un ciclo precessionario dura 25.000 anni circa) e quando si parla di di acque meridionali, sotterranee, abissali è difficile non pensare alle acque esterne alla Terra del cosmo che sono sotto la linea dell’equatore celeste. In 25.000 anni troppi cataclismi possono accadere, ma dal punto di vista cosmogonico quello è il più probabile linguaggio tecnico arcaico. L’accadere di cataclismi più o meno drammatici nel frattempo non fa poi che rafforzare il racconto mitico.

smn3

p.s.
e grazie per l’interesse!

ar pharazon

ottima descrizione, che condivido appieno.

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