Est

Shitty Regrets

Stanotte vorrei avere un assetto più leggero
Due aborti in meno sulle spalle
Una laida malattia Venerea
Qualche lacrima malandata da coccodrillo saggio
La nausea del bere a vuoto
Vorrei stanotte volare un po’ più in alto
Alzarmi al di sopra dei palazzi calcificati alla luce dei neon
Portarmi fuori dal tiro incrociato delle marmitte
Oltre la portata della boria coatta di questo sabato sera
Di tutti i sabati sera della storia
Di tutti i villaggi che possano aver concepito un sabato sera
Di tutti gli uomini che abitano tali villaggi
L’asfalto si richiude sull’universo imprigionando
Le stelle nelle luci di posizione delle auto
Le galassie collassano nelle pozze melmose dei lampioni
Formando mucchietti di stracci e cartacce agli incroci
L’Essere giace bocconi disperso lungo i marciapiedi
Luce ed ombra luce ed ombra
Dentro e fuori dentro e fuori di me
Vorrei volare più in alto
Vedermi la città distesa sotto
Sentire le sue luci la sua vita scorrermi lungo il corpo nudo
Come il vento d’agosto lungo la schiena
Volare alto stasera
Più alto di queste braccia pelose che mi afferrano da ogni tombino
Di tutti questi ricordi che s’ammassano dietro la porta e spingono
Spingono per farla schiantare sotto il loro peso
Ma li vomiterò in strada come un Cuba Libre di troppo
Alla memoria dei bei tempi andati
Vomito al vomito merda alla merda
Carne alla carne
Danzando tra le lucciole di un’altra estate
Da venire nell’ombra verde d’una notte magica
L’asfalto sarà sabbia ed il cemento roccia
E libero ululerò alla Madre Luna
Il piacere di vivere

-Roma 13 marzo 1999-

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Gli angoli morti del cuore sono spigoli dolorosi
Alla percussione sorda degli arti
Agitati nella ricerca di un appiglio
Mentre le quinte ed i fondali ruotano
E cambiano tutt’intorno
Le cose appese
Posate su superfici usate
Impolverate dal tempo e dall’innata incuria
Mi perdo sugli aloni dei muri intrisi di me
Dorsi di libri impolverati da strappare dallo scaffale
Ricordi che si perdono nella nebbia dolce del ricordo
Sfumano nell’ambrato schiudersi d’un cassetto
Souvenir dalla Terra di Mezzo
L’immagine restituita in condizioni impensabili
Per la maggioranza ignava degli esseri umani
Dal lungo cristallo molato del bagno
La ruggine compagna di docce memorabili
E ahimè
Non vedrò più in mio Ank pendere dallo specchio quadro
Lo sportello indomabile dell’armadio riflettermi il Tempo
Il sole invernale scivolare sul pavimento
I caffè lunghi e caldi bevuti per riprendere conoscenza
Dopo la complessità di certe notti
Che ti lasciano la voce incastrata tra le corde vocali
E i gradini saliti con amore
Con dolore
Con lentezza
Discesi a capofitto in apprensione
Della mia soffitta del sonno
Il materasso condiviso
Si allontana
Si perde
Dietro il mucchio di stracci che mi porto via
Sfioro mobili e intonaco in un lungo addio
I bagagli sulla banchina di un porto nordico
E una nave che non finisce mai di mollare gli ormeggi
Mentre piovono sottili filamenti argentei di lacrime
Le cose i luoghi i momenti
Volti parole risate lacrime
Le mie
Quelle sue
Le partenze i ritorni
I peli neri e bianchi di Cillina
Miagolare tra il sorpreso ed il felice
Sui vestiti sporchi di noi
Prenderò quella porta stretta
Salirò le scale fino al portone
Fuori ci sarà il sole di luglio
A far sembrare tutto come dovrebbe essere
Il cielo azzurro mi darà il senso dell’infinito
E dovrò comprarmi un biro nuova
Per scrivere il capitolo seguente
E così sia…

-Roma 28 giugno 2004-

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Nel caso non fosse chiaro
L’evolversi dei giorni
In vita realmente vissuta
Non film melenso e già visto
Di storie altrui costruite ad arte
O fratturata spina dorsale
Ripiegato su se stesso nel tentativo
Vano
Di resistere passivamente
Privatamente
Alla sociale perversità imperante
Si provi a focalizzare
Il desiderio bruciante
Dell’esistere/per il piacere/d’esistere
E ci si comporti di conseguenza
Si proverà una sottile gioia
Nel traguardare svariati cieli
Come specchi per occhi esperti
Delle cose della vita
Muri muscosi di smeraldo
Perfetti nelle crepe frattaliche
A rompere la superficie sbreccata
Come perfetti sono i fiori ignoti
Compagni del tuo vagabondare
Alberi-cani-animali-sassi d’abbracciare
Fratelli e sorelle
Anche umani incoscienti d’esserlo
Lungo le stesse strade

Sotto le stesse stelle
A godere dello stesso sole

-Roma 2 maggio 2001-

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Pour toi

Dimmi che fai nella vita
A parte quello che devi fare
Dimmi che ne fai dei Sogni
Se ci fai colazione assieme
O li lasci tra le lenzuola sfatte
Che odorano calde ancora del tuo corpo
Ti prego stupiscimi
Dimmi che sei una contorsionista
Che si è stufata del Circo
Una danzatrice del ventre
Che lavorava in un locale gay
Che sei fuggita da un convento
Gettando velo e tonaca alle ortiche
Che sai suonare la cornamusa
Vorrei tanto
Vederti suonare la cornamusa
Ritta in piedi e nuda
In faccia all’Atlantico immenso
Uno schiaffo irridente l’Infinito
Ti prego ridi
Seppellisci questo porco nulla di Mondo
Sotto la risata sguaiata d’una fica aperta
O sotto il tenero sorriso
D’un saluto affettuoso
Dimmi che non hai bisogno d’un cellulare
D’una Jacuzi o d’un forno a microonde
Per sentirti in pace con te stessa
T’insegnerò a preparare risotti
Vanno amati i risotti
Curati
I chicchi cresciuti poco liquido alla volta
E mescolati sempre
Sino alla fine
Come la Frollatura dell’Oceano di latte
Generatrice d’ogni cosa
Tutto richiede impegno e costanza
Se si desidera che l’Amrita
Sgorghi da ogni gesto
E riempia l’Universo
Dimmi che sai fare il burro con la zangola
Che sai toccarti il naso con la punta della lingua
Che hai letto tutto Sartre ma preferisci Camus
Che conosci a memoria almeno un Canto dell’Inferno
Che sai chi era un certo signor Fourier
Che sai fare i buchi con il trapano
Che sai dove sono Rigel e Betelgeuse
O se non sai che almeno ti piacerebbe saperlo
Sapere sempre e al limite comunque
Conoscermi come io conoscere te
Conoscere tutto
Non ho che da offrirti questo
Questo tutto che poi non è mai tutto
Ma che è poi tutto per me
Perché non si può amare senza conoscere
Non si può conoscere senza amare
Ed il desiderio vive proprio qui
Tra gli inguini sudati
D’una sera d’inchiostro

-Roma 13 marzo 1999-

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Il male regna sovrano
Mi velo il capo
Col gesto consueto
Odore di ringospelmo
E notte primaverile
Di asfalto saturo d’olio
Ho lasciato il mio cuore altrove
Lontano
In una astronave di cemento
Spuntata una notte nel Vercellese
Ho lasciato il mio cuore lontano
Altrove
In cento cattedrali diverse
Di putrelle e polvere
In vallate e cime di monti
Assolate
Assolute

Tornare stringe ogni volta il cuore
Lo scarto del sole sulla faccia
Col cerone dei telegiornali
È buio gravido di mostri
Camminare tra banche e lampioni
Non ti lascia niente
Se non il rimpianto
Dei passi senza meta
Tra Camper e furgoni

Invecchiando s’impara
La disperazione dell’impotenza
La fiducia nel futuro
È un meccanismo complesso
E la polvere del tempo
Ne compromette il funzionamento
Come la sete di potere o l’egoismo
O la depressione del rivoluzionario
frustrato

Gli eroi muoiono
Ed i despoti godono del loro sacrificio
Raccolti in preghiera
Contano i profitti
In pii consigli d’amministrazione
Snocciolando solennemente
Bisunti rosari di croci

Gli altri sono solo carne da macello
L’inezia che fa quadrare il bilancio
La rata da pagare del prossimo televisore
Il voto che gli permetterà
La prossima villa al mare
La prossima santa guerra da scatenare

Ho lasciato il mio cuore altrove
Lontano

Lo vedo sfuggire in avanti
Verso un futuro distante
Ma bagnato di luce ambrata
O indietro
Tra sogni e ricordi
Di colori che conosco
E di altri che non saprò mai
Profumi che vivono ormai soltanto in me
O altrove
In qualche paese lontano
Dove ancora volentieri
Lascerei il mio cuore
O sull’asfalto crepato dall’erba
D’un parcheggio
Tra le risaie del Vercellese
Davanti al sole rosso
Ad un’alba eterna

-roma 1 giugno 2004-

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Salta agli occhi
- nella voglia di non fare un cazzo -
l’importanza di una sera spesa per strada

l’estate odora di me
della mancata doccia inutile
di cane morto
di gatto randagio bleso
di mutande inzuppate di sudore estivo

sotto le stelle
- piattole luminescenti del vello celeste -
c’è un brulicare di stati larvali
in fieri
ignoro i colori iridescenti
di ciò che sarà
spero solo di avere ancora occhi
per vedere domani il crescere cromatico
di questi grigi bislacchi saturare la realtà

il buio è una cattiva compagnia

lascio accese delle candele lungo i corridoi della notte
per non urtare negli angoli morti del terrore
dove gli esoscheletri delle falene oscillano
ad invisibili rimpianti di sfortune balzane
in un futile digrignare notturno di denti

sogni spesi a rollare canne
ad uccidere serial killer
ad impedire alle forze del male
di varcare indifendibili porte
a convincere inutilmente del proprio torto
chi se la spassa altrove

sogni impressi a fuoco
effetti collaterali – dicono
di terapie paracule
ma tutto – pare
sia l’effetto collaterale
di qualcos’altro

nella sera calda
arrivano folate di promesse di vita
come l’odore di mare dal vento di ponente
un mare vicino
eppure così distante
nella solitudine scontata d’una spiaggia
affollata d’agosto

-roma 13 luglio 2005-

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PI NARATI
(alla foce dei fiumi)

L’ostessa aveva mani d’ostrica trasparenti
Mentre versava birra aromatica
Nel secco cavo della mia coppa

Svaniva il viola del tramonto
Dietro la pergamena della finestra

Risucchiato nell’utero caldo
Umido d’immagini passate
Sotto l’ala custode della chioccia
Potevo fregarmene dell’incombente
Cielo terso della primavera

Trincerato dietro le spighe dorate
Dei miei capelli nel prato di una foto
Attendevo armato di sberleffo infantile
L’assalto feroce dei giorni

Quale sangue deve scorrere
Per liberarmi dallo sciame affezionato
Dei miei demoni antichi?

Ma che vai domandando?
Inferno e Paradiso son lo stesso luogo
Sei tu che vai cambiando
Come volto di Luna che si rinnova
Dal nero della disperazione
Allo scintillare dell’albedo
Grande sottile rossa
Di momento in momento
Soffri gioisci cambi
Ti tramuti
E infine muori

Scosse la testa voltandosi
Boccoli neri odorosi di gelso
Le accarezzarono la nuca
Ed io sognai i suoi capezzoli
Stillare latte giù dalle stelle

-Roma 7 gennaio 2006-

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