Versi X Persi

nel senso che se vi sentite un po’ persi potreste tentare di leggicchiare alcuni versi…. ; )

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For absent friends

un cane abbaia dietro la pioggia
un Inverno fantasma è già volato via
lo stridere delle rotaie nel primo mattino
mi ritrova qui
s’un foglietto di memoria
mozzicone di matita in mano
a segnare i nomi di chi va
e chi resta

roma, metà febbraio 2007

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Lezioni spirituali per giovani devianti

lento
l’Ente
invoglia
il dolce far niente
un gatto sdraiato
al sole di marzo
un’ape sorniona
sui fiori si posa
farfalla che vola
turchese viola
goderne lascivo
ogni battito d’ala
a milioni
a miliardi
rimbombano i numeri
in echi di valli
stringersi al sogno
giocarne al tepore
né vita né morte
ma unico Amore

sabato 23 settembre 2006 roma

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Vuoto
Vuoto come specchio
Senz’alcun riflesso

Solo
Solo come un vecchio
Vivo oltre sé stesso

Reduce
Dalla cuenta della vita
Più cara sempre del previsto

Sopravvissuto
Al caffè sempre bruciato
A rovinare il tutto
A provocar lo spasmo
A presagire il lutto

20 agosto 2006 roma

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Nella tavola di Escher
Le scale che salgo
Sono le stesse che scendo
Mi sono perso su d’un altro piano
Dello stesso spazio

Piccoli esseri vermiformi
Si arrotolano lungo tutti i miei pensieri

Parigi 15 settembre 1991

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Quel che mi manca

Quel che mi manca non è il mio antico cielo
Né i muri logori di scritte o rifatti
Come si tirano gli zigomi o i colli cadenti
Le pietre erose illuminate
Dive di strada
I platani cresciuti con me
Custodi dei miei passati alcolici
Né il mio utero casalingo
Di fresche penombre estive
E d’inverni siberiani
Amici forse si
Luoghi fragranti di erba e fumo
Birra e pelo di cane bagnato
Parole e pensieri in libertà
Quella d’esistere

Quel che mi manca
Non è certo l’appartenenza ad un misero
Popolo di cafoni affamati
Paurosi di perdere la benché minima briciola
Dalle tovaglie domenicali
Se il padrone alza la voce
La coda s’abbassa tra le chiappe nude

Quel che mi manca chissà
Potrebbe essere lo stirarsi
Della mia gatta pelosa lungo i pantaloni
Il solito impigliarsi delle unghie
Come richiesta necessaria d’attenzione

Ma quel che mi manca sicuramente
È il vibrare atomico delle nostre particelle
Allo sfiorarci delle labbra
Il riconoscere sempre stupiti il lampo
in fondo alle pupille spalancate
prima di affidare
I nostri nomi
al vento del piacere…

Tu si che mi manchi…

Mèrida 20 febbraio 2004

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In pectore nox

Se tutto questo fragore
Si fermasse
Si udrebbe
Il raschio gridato
Lontanissimo
Di tutto ciò
Che non è
Stato

12 novembre 2005 roma

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Luna di Luglio

Vorrei indicarti
Come specchio
Della nostra anima
Questa Luna enorme
E piena
E d’ambra

Ma so già
Che finiresti
annoiata
Per fissare
Soltanto
Il mio insignificante
Dito

Roma 21 luglio 2005

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Near the river

No, non sono come tu pensi
E ho tanta voglia di un campari col gin.
Avrai mica letto per caso il giornale stamane?
Risparmiami il mondo.

Tu non mi appartieni.
Ho poco o nulla nelle mie tasche,
Esagoni bloccati di wargames.

Ricordati almeno di me,
Inventaci qualcosa sopra.
Vicino al fiume scorrono
Eserciti in rotta
Rapidamente.

Roma 25 gennaio 1992

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Photo from Goa

Il vento struscia le sue squame di ossidiana contro il microfono riempiendo lo spazio del suo ruggito rombante.

Terra e Oceano si uniscono in un cozzare di scogli neri e onde bianche alle tue spalle.

Cammini avvolta da una invisibile nuvola di charas scintillante che si addensa attorno ai capelli raccolti sul tuo capo, da cui, intrisa di salsedine, svolazza un’unica lunga ciocca contro il cielo carico d’umidità, minaccioso tra le palme oscillanti.

Goa od un altro pianeta non importa.Importa la tua immagine stagliata tra l’aria, l’acqua e la terra, che inequivocabilmente risulta essere fuoco.

L’epifania di una Dea ebbra non poteva che avvenire là, dove un divino può ancora essere in agguato dietro una colonna, un albero, un angolo di strada…

Tra le pieghe del tuo abito che ti cade ai fino piedi sbuffano sospiri d’incenso che vado inspirando tra un frame e l’altro… vorrei tingermi di blu la pelle e comparire lungo in tuo cammino, esserti alla pari nella luce livida del monsone incalzante…

Un dio pazzo per una pazza dea.

(circa tra il 2000 e il 2002)

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Nostromo!

La faccia sul foglio
Sul tavolo
Penso
È una questione di passione
Falene ustionate negli angoli

Ripetono in coro:
do dodo dodo do dodo do it…

angolazione bassa
visibilità pessima

Nostromo!
Due gradi a babordo!

L’angolo oscuro del desiderio
Schiuma sui basalti
Un faro ancora
Un porto
Una taverna ancora
Birra!
Le mie cosce
Tra le tue
Il tuo petto
Contro il mio
Un rimbombare
Rapido
Di temporali
Distanti

Nostromo!

Roma 17 dicembre 1992

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Uno scontro di fantasmi

Qualcosa che non quadra
Versi bugiardi
Creati per coprire folli pensieri
Sostituire amore con desiderio
Sarebbe opera pia per il vocabolario
Personale di ognuno di noi
Perché la menzogna patetica
D’un Io romantico
Non ci possa più toccare
Occhi di Basilisco in calore
Vecchie dicerie d’Untori
Di bambini paffutelli e riccioluti
Maneggianti archi e frecce infuocate
Cazzate d’Arcadie senescenti
Valga la passione d’un istante eterno
Sentire la lama di nylon delle tue calze
Trapassarmi l’ipofisi
Inchiodarmi lo sguardo lungo la pelle
s-velata delle gambe
oltre la punta dei tuoi alluci nudi
oltre questo mio essere uno povero pazzo
Senz’arte ne parte
Alla ricerca perenne
di quello che ancora
Non è

Roma 5 novembre 1998

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Troppo fumo

“Fumo troppo”
con gli occhi rossi della solita rabbia
guardi altrove
sento il ronzare della nausea
che scorre nelle tue vene
salirti al cervello
sulle pareti annerite dal fuoco dei copertoni
con le sirene
su
tra le pale degli elicotteri
negli occhi attoniti di chi pensava
di rendere un servizio all’umanità
ed invece è costretto ad infangarla
o in quelli disperati di chi pur di star meglio
strapperebbe il bastone dalle mani rattrappite
d’uno storpio
e tra la violenza nascosta dietro chi ti concede
un lavoro come elemosina e quella che si nasconde
dietro la moralità d’un manganello
non ci passa poi molto dolore
e la rabbia che arrossa i tuoi occhi
è la stessa che arrossa i miei
è la stessa che arrossa
tre quarti degli occhi di questo fottuto pianeta

Roma 29 maggio 1993

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ILLARGUI AMANDREA ZERUAN ZE IBERRI?

Brillano
Capezzoli di Luna alla finestra
Mentre
Succhio sperma dalle stelle
Aspettando carne
Nel mio sogno confuso
Grande Madre
L’utero delle mie voglie
Si estroflette possente
Come marea che sale
poi si ritira
forma mutante
dell’anima mia
concava ora
ora convessa
ritmo infinito
l’unico in cui
riconoscermi un sesso
Madre crescente
Madre calante
Ogni Tuo figlio
Sotto i tuoi raggi
Ritrovi il suo amante!

Roma, 25 gennaio 1997

( nota al titolo: Signora Madre Luna, che nuove ci porti? È una domanda rituale che nei paesi Baschi si usava formulare nel primo giorno di luna crescente. )

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Castelli di sabbia

Ho avuto un sogno stanotte
Impastavo polvere di ricordi
In lacrime pesanti di progetti
Alzavo la mia creazione a sfidare il cielo
Stanze su stanze budelli di corridoi ciechi
Saloni sghembi di finestre murate
Il becero aborto d’un cerebroleso
Un azzurro cielo irridente di morte
Tra gli spasmi patetici delle mie mani
E quella limpida visione perfetta
Dietro i miei occhi malati

Roma 3 agosto 1993

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Infrango

Infrango
Le mura spesse
Le barriere
Oggi ieri domani
Viaggi infiniti viaggi
Zoccoli di terra di mare d’amore
Il calore il colore
Il calore di tropici zoppi
Sabbia bagnata schiuma di sperma
Feconda la Terra che gira che gira
S’accartoccia di baci e fusaie
Al cinema in ultima fila
E non vedo e non vedo
E gli occhiali?
Le custodie i governi le sacre sponde
Care ai numi tutelari
Care ad armatori piroscafari
Nell’epoca
Nell’epoche di sublime dolore
E poi l’amore il calore il colore
Il tondo sapore
Del pesce arrosto
Le interiora ai gatti
Il sangue scuro sulla Luna
Un filtro magenta a terra
Il cielo ed i Manonegra nello stereo
Nella mia mano il caffè
E tu lontano lontano
Galleggi
Nel mistico golfo
Del mio teatro privato
Privato di…

Spetses 15 agosto 1991

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IO

Io
Brucerò incenso per te
Verserò olio sui tuoi capelli
E petali di mille colori
Ai tuoi piedi
Suonerò
Cembali arpe sistri
Berrò mosto
Kawa birra
Il sale della terra
È amaro come le tue lacrime
Berrò anche quelle
Ma non cadere mai
Mai!
La mia ombra riconosce la tua
Anche al buio

Roma 9 febbraio 1992

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Mamma

Mamma
Scusami se ho fatto tardi stanotte
M’ero perso in un sogno di mani mozzate
Una in particolare
Stronzissima
Mi rincorreva
Chiudi gli scuri
Non voglio che mi spiino
MAMMA
Se lei fosse con me
Tutto sarebbe diverso
MAMMA
Lei costa!
Mi puoi aiutare?
Non dirmi nulla
Quanti Fernet bevi la mattina
E quel Tavor sul comodino
E il Nevral nella borsetta?
Le lenzuola bagnate di sudore
Mi soffocano
Affogo
In un letto salato
Acido e vuoto
Come il mio risveglio
Da queste notti d’inferno
Mamma Mammina
Hai almeno un’Aspirina?

Roma 22 gennaio 1992

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When Love…

Quando l’amore
L’amore ci separerà ancora
Le catene di pensiero sottile
Che ci imprigionano
Tenderanno fino a straziare
Le nostre articolazioni antiche
Fino a farci vomitare odio e dolore…
Ma io non ho mai tentato la fuga
Non ti ho mai aiutato a sfuggire…
Nell’aprirsi della carne viva intorno ai polsi
Abbasso lo sguardo
Cupo di vergogna
Velato di rimorso
Per le idee rimaste larve
Nella corteccia spessa
Per le parole mute
Dei discorsi mai pronunciati
Per le azioni abortite
Senza neanche un fiore sul comodino
E il perché di tutto questo
è chiuso nell’abisso
che è in me…

guarda avanti e cammina
dietro di te le città si cristallizzano in sale
ma tu guarda avanti e cammina

non lo chiedo per te
ma che senso ha
il rimbiancare muri marci?
Scegliere la tonalità più appropriata di colore
Su questo sfacelo di logorante umidità?

Le ossa dolgono ad ogni strattone
Le chiavi…
Dove abbiamo nascosto le chiavi
Di queste manette?
Che gioco è stato il nostro?
Fino a che punto ci siamo entrati
Da non riuscirne più a venir fuori?

Ma in un gioco di specchi
Tu sfumi nel mio ruolo
Ed io mi ritrovo
Come in un incubo perfetto
A lottare con me per liberarmi
Di me stesso…
E urlo e sudo
E muoio
Mentre grido
E invoco…

Guarda avanti e cammina
Dietro di te le città si cristallizzano in sale
Ma tu guarda avanti e cammina
Cammina…

Roma 17 maggio 2004

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Ho perso del tempo

Ho perso del tempo e non riesco a ritrovarlo
Sono le quattro del mattino d’inverno
E sono solo
Anche la mia gatta mi risulta estranea ai fatti
Tutti lontani
La parte migliore di me compresa
Sbraito
Sbatto cose per verificare la loro esistenza materica
Il solito tunnel dalle gialle luci fioche
Sigarette finite
Niente sostanze a cui appellarsi per un consulto
Forse non mi rimane che spogliarmi dei miei soliti stracci
Ed uscire
Correre giù per la solita discesa come uno stronzo
In questa notte fredda e deserta e spaccarmi la gola urlando
Sollevando la mia rabbia inutile contro
Tutti gli onesti cittadini di questo regno da favola
Farmi beccare in mezzo ad un incrocio
Magari giù a piazza della Rovere
Dove si erge lindo e pinto il Santo Spirito
Farmi caricare a forza su d’una bella ambulanza
Dalle elettrizzanti lucette blu
Un bel perone di qualche simpatico tranquillante e via
Verso un asettico e rilassante CIM pronto ad accogliermi
In nome della Civiltà della Scienza Medica
Veramente penoso
Scrivo perché ho bisogno di aiuto
E non so più a chi rivolgermi
Che differenza da quando scrivevo perché sentivo
Una qualche verità vicina
Prossima al rivelarsi nella sua geniale semplicità
Oh sì
Ne ho ancora di verità
Sepolte nel fango dei depositi alluvionali
Basteranno tre o quattromila anni forse
Per vederne affiorare le ossa levigate
Nel frattempo vedrò di lavorare un po’
Per pagarmi qualche panino all’olio col prosciutto
Da fumare ed della benzina
Così da potermi scorrazzare in giro queste
quattro articolazioni doloranti che ancora mi rimangono
per fortuna
ma il tempo
quello non tornerà di certo
effetti collaterali della distrazione
ogni cavallo tira dalla sua parte
le mie membra sono disperse ai quattro angoli della terra
ci fosse un’anima pia che le potesse raccogliere
a lei sarei grato in eterno
per quello che può valere la parola eternità
detta da un mortale…

Roma 1 marzo 2002

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Ti vedo in lontananza

Ti vedo in lontananza
Girata di spalle
In una delle tue mise
Da domenica mattina
Pantaloni militari larghi
Smanicato grigio con cappuccio
Ed i manicotti di lana rossa
Ti vedo così
Che ti volti
Con le sopracciglia aggrottate
E le labbra tirate da una parte
Allarghi le braccia
Guardandoti attorno
Con occhi umidi e irrequieti

Silika il mondo è tuo
Prendilo
Pensi che ci si possa dimenticare
Di come ci si senta in certi momenti?
Parrebbe di si
Ma io non posso
Non posso scordare nulla
Maledizione?
Dono divino?
Che differenza fa adesso?

Vorrei ancora poterti essere d’aiuto
Umile strumento per saggiare la realtà
Rivelatore di errori
Già catalogati
D’esperienze scadute…

Ma so solo che sto uno schifo…
E mi dico: lo sai
Lei è piccola
E deve crescere
Farsi le sue storie
Le sue scoperte
I suoi disastri…
E io le voglio un bene dell’anima
Quest’anima che ora mi si strappa in due
Come uno straccio vecchio…

Lo spazio mi si curva attorno
Un vuoto immensamente grande
mi risucchia dentro la sua immensa piccolezza

si dice che quando si forma un buco nero
si crei un nuovo universo
spero che questo sia quello giusto…
spero proprio che sia il tuo…

mit Liebe

Roma 7 ottobre 2004

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Ho fatto l’amore con la mia gatta
Stasera
Sono tornato a casa e ho fatto l’amore
Con la mia gatta

Sono tornato ai divani di lingue
Viscide ed elettriche
Che mi hanno segnato
Come la cicatrice benedetta di un duello
Lo sguardo ferito dalla luce riflessa d’un tramonto
Morbidi polpastrelli che ti palpano gli inguini
Peli nella tua bocca salmastra spessi di pube
inconfondibili nel loro lascivo arricciamento

lunghe carezze sul dorso lucido
madido di sudore
fremente arco di freccia incoccata
infuocata
stridere di cicale il contatto della rovente epidermide
allo sfiorare d’un tocco tra inguini aperti

il muso contro il mio
sfrega
happy noise nelle mie orecchie
e sample di ben altri gemiti
nelle mie orecchie

il sogno archetipo di una notte di mezza estate

complici le stelle un pazzo un angelo
due ragazzi con un amore da ricucire
ed una gatta magica
che ti saltella sulla tastiera:

$§no’se)puede\vivir_sin#@mar|£%

( un saluto a Lowry perché è un grande )
2 agosto 2000, ore 4.52, Roma.

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@@@ tra il vivere e lo scrivere… @@@

Un amore un amore soltanto… che altro cerchiamo? - trascinati indietro - Che altro cerchiamo, quale regno o Impero vale un amo­re?… di quelli quando piccoli al mondo ci rotolavamo nel letto doloroso degli appuntamenti mancati * averti non averti aver la Luna tra le mani un tutt’uno impossibilmente inverso * Diverso e­ra in quel tempo il sentimento di questa morte incombente - un hic et nunc o io o Lei il resto sarà domani - diverso il senso del poi di questo poi riottoso < stitico > divino rimandare alle olimpiche ginocchia superne # ho amato; confesso pubblicamente la mia sofferenza estrema e ripeto: LO RIFAREI ANCORA # disperata­mente come allora… o io o Lei, e vinceva sempre la Vita. Ero ancora vivo ogni giorno dopo, innamorato ancora. Ancora ieri, i desideri informi d’una lontana primavera ( e non è un peccato urlarlo forte: PRIMAVERA ) sfioravo mani e volti tanto simili al mio… questo nodo in gola che fa piangere… desideri di un che come seta di ragno al vento… quel vento che trascina gli amanti per l’aer perso… Quale vigliaccheria, abbassare gli occhi sui propri passi, chiuder l’ali al soffio che spinge, quale macchia insanguinata sulle mie mani nodose… quale orrore volgere lo sguardo al nulla! Mi riavvolgo - bobina incancrenita - sulle ca­rezze rubate a femminili febbri scolastiche tra monumentali ban­chi intarsiati ( ove si poteva leggere la Vera Storia del Mondo ). Su carnosi barattoli di miele aromatico gocciolanti nettare, ascelle sudate, odore di vestiti usati e cuoio, l’ultimo profumo messo, l’ansimare, l’allodola, messaggera del mattino, a separar­ci nelle livide albe di quegl’inverni fatati… e che chiedo poi in fondo? Un amore, un amore soltanto… Interrogo i volti dub­biosi delle mie Sfingi, compagne ormai di sempre, dicono che sono un po’ invecchiato e che mi lamento troppo spesso di me stesso… ma quegli anni… anni di Zefiro e Arcadia e rosacee nuvolette barocche a penzoloni giù dal cielo e il contorcersi dei cuori nelle folli corse notturne dell’attesa - cosa è accaduto, cosa accadrà - e il sapore, il sapore di quei baci senza fine dov’è finito adesso? Io vado assaporando la notte inutilmente… i co­nati dei ricordi sbriciolano i sottili argini del fiume della mia esistenza, sono contenuto senza forma, fiamma senza legno, mente senza corpo, anima senza Dio, mi insinuo prepotente tra le pieghe di carne del tempo alla ricerca d’un sesso aperto o d’un glande scoperto, come allora, spero, o forse non così poi tanto diver­so…

(Roma x settembre 1998)

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Notte

notte di Luna piena
notte di nostalgia
notte di brace di sigaretta
e silenzio
di sampietrini lisci
e lampioni gialli
era solo ieri
nudo
aggrappato al volante
sbronzo
che viaggiavo canticchiando
lungo i viali della Notte
Notte di paura
della paura d’un bacio
del terrore d’un amplesso
Notte di fuoco
di traccianti
schizzati in rossetto
su labbra livide di desiderio
offeso
umiliato…
La prostituta di via Merulana
s’è fatta vecchia
sotto i mortai serbi
sempre più stanca
come mia madre
dopo mezzo stomaco in meno
e che differenza c’è
tra il vuoto sotto un’impalcatura
od il 7,62 d’un cecchino
se il movente è lo stesso?
Sempre la stessa Notte
Notte di bombardamenti
di sciacalli televisivi
di vermi flippati di coca
dentro macchine blindate
parole rassicuranti sotto il cerone
per entrarti in casa
ululanti di boria violenta
apostrofando i propri scagnozzi
Target
è una questione di marketing
per far quadrare il budget
se no che manager sei, eh!?
Notte
Notte nascosta
nei crepacci delle tue rughe
Notte spezzata
di albe viste ormai per sbaglio
non respirare più l’aurora
fino a farsi scoppiare il ventre
e le tempie
ma leggeri ritrovare
la strada di casa
gli occhi schiariti dai sogni
in uno specchio qualsiasi
dove trovarti in queste tenebre
autunnali
che sanno di forfora e smog
dove?
Non ti conosco
non so chi sei
cosa vuoi
No
tu non sei La Notte
sei UNA notte…
Una
Notte di merda
Notte da dimenticare
Notte da odiare
Notte da buttare
buia
ignorante
Non certo la stessa
che ho imparato ad amare
Notte…

Roma 13 giugno 1995

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Fear

Coltelli squagliati di ruggine
Pallidi inguini indifesi
Schizzi di sperma
M’insanguinano i sogni
Non sarò io domani a spararti in faccia
Chiamalo pure Destino
Ma le porte sono tante
Le vedo schiudersi nella penombra
Voglio che tu abbia paura di me
Come l’ho io ora di te
Lungo questi corridoi bassi
Di fruscii e nero di seppia

Roma 25 Novembre 1994

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Allegria di naufragi
Conchiglie fossili
Vento caldo
Un mare di scogli calcinati
Bruciati dal sale
Un orizzonte temperato
Per l’analisi settoria del reale
Altrove nasce il sole
Una foto glamour di pelle scura
Contro la sabbia bianca
È tutto quello che rimane
Tra le amache pigre
Delle nostre parole
Vuote

Roma 20 maggio 1994

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Normale disperazione

Il rubinetto goccia
I vermi dall’occhio triste
Mi fanno compagnia
Mi strisciano attorno mollemente
In cerchi concentrici
Sempre più vicini
«Te l’avevo detto che sarebbe finita male»
due incubi all’alba
e ancora non so nulla
l’urlo è inudibile
solo le pareti si deformano
sotto l’urto della mia anima esplosa
si curvano screpolandosi
la solitudine uccide le rime
l’angoscia azzoppa i versi
sputo in faccia alle mosche
che ronzano sulla carogna
di cui mi nutro

sto affilando la mente
per tagliare il filo dei miei pensieri

Roma, 1 aprile 1992

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Ma ciò che più rimpiango

A PW
Ma ciò che più rimpiango
È il suono della tua voce
In cento occasioni disparate
A ritroso nella memoria
Fino al punto di vista
D’un bambino
Di fronte a te
Ancora in piedi
Immenso
Ricordi bianco/nero di Tv
Divano letto
Nonni
Tabacco dolce da pipa e cani
Ma il domani è già un altro
Tubi di plastica colorata
E trasparente
Per il fato infiocchettati
Allegramente

Nostalgia nera della tua voce
Al bisbiglio sfiatato
Di questi giorni
Sfigurati dall’impotenza
Nostalgia nera del curioso tuo
Raddoppiare la q di liquido
Come se il suo fluire
Incontrasse di sorpresa
Una cascata…

Nostalgia nera di te

( circa 2006-2007)

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Reggae di fiche rosa

Reggae di fiche rosa
Danzano umide
Nella memoria
Rotolano lontano
Sulla sabbia estiva
Delle dolci voglie
Sogno
Risucchiare carne
In schizzi di piacere
Un morbido contrarsi
Di petali sfiorati
Scivolare bagnato
Verso curiosi
Tropici gonfi
Sorprendendo
Il desiderio
Ridere allo specchio
Allegramente
Del mio ridicolo
Stupore

Roma novembre 1996

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Lemurialand

- Ovvero un parco giochi dove ci si diverte a farsi del male
e dove entrare è gratis ma per uscirne devi darti via il culo -

Perché dove sono non c’è nessuno?
Quanto sono andato oltre?
Questo è un silenzio orribile
Pieno d’insidie
Cenere scende dal cielo
Dolce fall out grigio e indolente
A ricoprirmi d’inedia
Nulla
Un piano grigio ricoperto
da una volta grigia
sono andato avanti o sono rimasti indietro?
Aspettare o tornare sui propri passi?
Andare avanti e sperare ancora in una meta
Oppure non era questa la strada?
Ma era questa, la strada?
Fa freddo
E la luce è malata
Sono ormai un’ombra persa nell’ombra
Era dunque questa la mia casa?

Ma questa non è disperazione!
Schiaffi di violetto
Schizzi violenti di nero che cola
Tra macchie di rosso carne aperta!
Ma qui…
Mi muovo sempre più lentamente
Trai grigi fiocchi ovattati
Spettro che si allontana nella nebbia
Svanisce poco a poco senza un grido
Senza un gesto al limite plateale…

Ho visto troppi orrori
Ho contemplato troppi errori
Ho cercato l’uomo e il suo destino
E non con una misera lanterna
(confesso di avere però usato anche quella)
ho cercato anche al di là
nel flusso infinito dell’esistenza
che travalica la pura meccanica biochimica del vivente…
e più mi sono avvicinato all’inavvicinabile
più ho avvertito il nauseabondo fetore della Realpolitik umana…

fiducia io nel genere umano?
Certo! Oh si, che ne ho fiducia!
Il futuro non desta certo preoccupazioni…
Continueremo ad ammazzarci in mille modi diversi
A sfruttare chicchessia o qualsivoglia cosa
A proclamare l’onnipotenza dell’ipocrisia
A rendere grazia a Mammon per la sua tintinnante bellezza
Amen

Dovrei ormai essere abbastanza cinico da fregarmene
E farmi la mia strada
Ma non era questa la mia strada?
E gli altri, dove sono gli altri?

Posso aspettare un paio di migliaia di anni
per vedere un po’ come cambieranno le cose
grandi novità
suppongo
ma nel frattempo temo
di potermi deprimere un po’
troppo

da morirne

cose che capitano ai viventi

e poi mi mancano i colori
non so che darei per vedere un arcobaleno
squarciare questa squallida penombra da infero omerico
almeno un altro lemure con cui scambiare una parola
farsi una canna insieme

ho un problema di rapporto fra macrocosmo e microcosmo
ecco cos’è questa nebbia grigia che mi circonda
che mi scivola respirando nei polmoni
e mi toglie il fiato
la ingoio e lei si pianta lì
nello stomaco e me lo fa a pezzi con i suoi grigi artigli
di seta

due grammi di sucralfato in gel
rendono la notte passabile
peccato che gusto orribilmente irraccontabile
l’omeprazem va bene ma mi fa venire
pessimi mal di testa
il pantoprazolo lo consiglio vivamente
soprattutto in fase acuta
il maalox è roba vecchia

se poi in tutto questo s’incrociassero due innamoramenti
magari sarebbe tutto un po’ più sopportabile
ma chi si avvicinerebbe a tanto dolore incancrenito
e io come poteri non velarmi gli occhi di lutto
con questa visione di morte che mi porto in grembo

e poi si sa:
secondo una legge cosmica ben nota
ai conoscitori dell’insiemistica caotica
le disgrazie non vengono mai da sole
ma a grappoli
come l’emorroide

Roma 19 giugno 2002 ore 4:30 circa

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Tacchi sul marmo

TACCHI SUL MARMO
COME CANI SI ANNUSA
NYLON E CUOIO
STRIE DI BAVA LUNGO I MURI

( 1990 circa)

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Buon compleanno

Avevo un gatto bianco per il giorno
ed uno nero per la notte
mi specchiavo nei paraurti cromati
e la carne degli altri era la mia
a caccia della stessa preda
in bilico sui cornicioni
sotto un cielo rosa antico di mezzanotte
si accarezzavano vene con bisturi di birra
labbra turgide di rossetto
nascondevano erezioni di lingue
e le lacrime sapevano di cajal e mare
e io andavo
tornavo
Luna di porto tra le stagioni
calli e seme di donna sulle mie mani
dove cresce la mandragola ci scambiavamo
biglietti di auguri
e l’orrore del mondo
non era quello di un alba macabra
di scheletri d’antenne morte
ed il cuore batteva in gola
non in petto
e le porte lungo la penombra dei corridoi
nascondevano spezie rare
brigantini in corsa per le indie
seta e damaschi confusi tra corpi
scintillanti di pelle e perle
e l’orizzonte sfumava
nel rosa di capezzoli increspati
di vento e passione
tramonti disperati di speranza
aprivano i cancelli della notte
alla Vita
e Shangrilah è un posto come un altro
sulla E45 tra il terzo libro del Capitale
ed un letto intarsiato di sperma
come bave di lumache su nylon
bagnato di sudore e desiderio
un viaggio in seconda classe
sul diretto Wien-Rome
le fermate come edicole della Crucis
quelli che vanno
quelli che restano
e le facce poi
brandelli di errori
s’un teschio duro di noia
t’ho visto morire d’amore
ad una stazione locale
e la colpa è anche mia
qual è il prezzo della purezza?

cosa riflettono gli specchi
quando si è in guerra?
l’Angelo della Morte ha schioccato le sue ali
su di noi
aveva un PC portatile sotto braccio
ed un sorriso professionale sotto
le Bausch & Lomb grigie
si è scusato presentandosi
per quello che era
ma nessuno lo ha creduto
e nel frattempo la borsa franò ancora
noi perdemmo qualcosa in più sul marco
altrove qualcuno ci rimise la pelle

sono stato in nessun luogo nel frattempo
e forse non ho fatto nessuna cosa
il prezzo del purezza è l’inutilità

ho visto uomini spararsi addosso
per rialzare mercati azionari
operai perdere il posto
perché qualche stronzo a Porto Cervo
potesse mantenersi la barca a vela
ho visto bambini mai registrati alla vita
sgozzati in vicoli bui
per la buona pace di qualche mercante
ho visto la follia impossessarsi
di strade quartieri e città
ridere dietro le telecamere
affacciarsi dal suffisso tele-
armata di cerone e cravatte tricolori
per non tornare nella merda da cui era partita
ed il mio fegato solo sa che altro
ed altro ancora dovrà smaltire
in nome della “pubblica utilità”
carta igienica a cuoricini
in un cesso d’un bar
ma io
io avevo un gatto
un gatto bianco per il giorno
ed uno nero per la notte
ed i paraurti non erano ancora di plastica
come il cuore del mondo
e ci si poteva specchiare
e profumavo di albicocche e vino
ed il cielo sembrava
nonostante tutto
vicino

Roma 30 aprile 1995

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Aum Shakti svaha
Quale sarà il tuo prossimo volto?
Con quale favola m’ingannerai stavolta?
Con quali occhi
O coraggio
Di nuovo
Mi dichiarerai il tuo amore?

Zaffiro di mare gelido rinchiuso
Da orizzonte cobalto circolare
Acquamarina di scogli taglienti
Salsedine di ostrica e perle
Scuro di caverna umida e accogliente
Misteriosa di muschio vellutato
Verde di foresta nordica
Di mimetiche sudate
E sangue di cervo in fuga
Ambra elettrica e calda
Miele fossile odoroso di sesso
Il mio riflesso intrappolato
nel tuo interminabile abbraccio
grigio cerchiato acciaio
della bocca dischiusa d’un fucile
il nero della pupilla un’attesa
saggia di morte

quale sarà il tuo prossimo avatara?
Cosa mi prometterai danzando stavolta?
Che nuova pazzia mi donerà la tua sacra saliva?

Io
Io non vedo l’ora
Di scoprirti
Ancora

8 novembre 2005

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Rubino incastonato

Rubino incastonato
Ridente in eburnea carne
Lungi da me
La tristezza
Un cane all’alba
Piscia la sua anima
Contro un lampione
Spento

( 2010 circa)

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